C’è un pezzo di Roma che ha curato il mondo. E che oggi chiede di essere ricordato.
Nel settantacinquesimo anniversario dall’inaugurazione della Leo Penicillina, l’ex fabbrica di via Tiburtina 1040 torna a parlare alla città grazie a una mostra temporanea che ripercorre la sua storia, dalle origini gloriose fino alle ferite dell’abbandono e alle prospettive di rinascita.
La mostra, a ingresso gratuito, è visitabile dal 14 al 25 gennaio 2026 presso la Casa del Municipio IV – Ipazia di Alessandria, in viale Rousseau 90. L’inaugurazione è fissata per oggi mercoledì 14 gennaio alle ore 17:00.
Un progetto nato dalla memoria operaia
L’esposizione è organizzata dal gruppo “Quelli della Leo”, formato da circa sessanta ex lavoratrici e lavoratori della fabbrica, con la collaborazione del Municipio IV di Roma Capitale. Non un’operazione nostalgica, ma un atto civile: restituire dignità a una storia industriale che ha segnato profondamente il territorio di San Basilio e l’intera città.
In mostra fotografie d’archivio, documenti e strumentazioni tecniche risalenti agli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta e Ottanta, capaci di raccontare non solo un ciclo produttivo, ma un’epoca. Accanto ai materiali storici, gli scatti di Marco Passaro restituiscono invece il volto più recente della fabbrica, quello della trasformazione in insediamento informale e simbolo del degrado urbano.
Ad accompagnare i visitatori ci sono anche le testimonianze dirette degli ex dipendenti, vere e proprie “guide viventi”, che rendono l’esperienza autentica e profondamente umana.
Quando Roma era al centro della ricerca mondiale
La fabbrica Leo Penicillina fu inaugurata il 21 settembre 1950, alla presenza di Sir Alexander Fleming, lo scienziato scozzese premio Nobel che scoprì la penicillina. Un evento che da solo racconta la portata internazionale di quel progetto.
Fondata dall’armatore Giovanni Battista Gilardini e dal conte Giovanni Armenise, la Leo divenne rapidamente uno dei principali poli europei per la produzione di antibiotici. Un fiore all’occhiello della chimica farmaceutica italiana, capace di rendere il Paese autosufficiente e competitivo a livello globale.
Per decenni fu lavoro, futuro, progresso. E soprattutto identità.
Dal declino all’abbandono: la ferita aperta della Tiburtina
Poi il cambio di scenario. Tra gli anni Ottanta e Novanta, complice l’evoluzione del mercato farmaceutico e una serie di vicende societarie, la produzione rallentò fino alla chiusura definitiva. La fabbrica cambiò nome e proprietà, diventando prima ICAR e poi ISF, prima di spegnersi del tutto.
Da lì iniziò un’altra storia, più dura. L’edificio abbandonato si trasformò in uno degli ecomostri più noti di Roma: per anni fu occupato da centinaia di persone, fino a seicento contemporaneamente, diventando un rifugio di fortuna per migranti, richiedenti asilo e senzatetto, in condizioni igieniche drammatiche.
Lo sgombero definitivo arrivò nel dicembre 2018, chiudendo una delle pagine più complesse e dolorose della periferia romana.
Oggi una nuova pagina: memoria e futuro
«È una storia di gioia e di dolore», ha scritto la vicepresidente del Municipio IV Annarita Leobruni, sottolineando come la Leo Penicillina sia stata «una fabbrica che ci ha portati sui tetti del mondo della ricerca», ma anche «un immobile lasciato per decenni all’abbandono, diventando una ferita per il territorio».
«Oggi però – ha aggiunto – possiamo raccontare una storia nuova. Finalmente possiamo guardare avanti, senza dimenticare la storia che è stata».
Parole che trovano riscontro anche nei fatti. Dopo anni di aste deserte, nel marzo 2025 l’area è stata acquistata da una grande società immobiliare romana per circa dieci milioni di euro. Il progetto prevede l’abbattimento del vecchio scheletro industriale e una vasta operazione di rigenerazione urbana, con nuovi edifici, servizi e spazi per il quartiere.
Un’idea che diventa eredità
La mostra nasce da un’idea di Andrea Turchi (1948–2022), chimico e studioso di storia della scienza, autore insieme ad Anna Ditta e Marco Passaro del libro “Hotel Penicillina. Storia di una grande fabbrica diventata rifugio per invisibili” (Infinito Edizioni, 2020).
«Penso a mia zia Carmela, una delle prime dipendenti della Leo – ha dichiarato ancora Leobruni – raccontata proprio da Andrea Turchi nel libro. Ne sarebbe stata felicissima. Come tutti noi».
Un ringraziamento speciale è stato rivolto anche all’assessore alla Cultura Maurizio Rossi e a tutti “quelli della Leo”, custodi di una memoria che rischiava di andare perduta.
Una mostra da vedere, prima che resti solo il ricordo
Oggi, mentre il futuro urbanistico della Tiburtina prende forma, questa mostra arriva nel momento giusto. Perché rigenerare non significa cancellare, ma sapere da dove si viene.
La Leo Penicillina non è solo un edificio. È una parabola italiana: la fiducia nel progresso, la caduta, l’abbandono e il tentativo di rinascita. Raccontarla oggi non è esercizio di nostalgia, ma un atto di responsabilità verso la città e la sua storia.
























